Comunicato Stampa
«RISCHIO DISTORSIONE DELLA CONCORRENZA, E’ INACCETTABILE»
Il Presidente della Piccola e Media Industria, Luca Fiorini: «Non si cresce per legge, ma con investimenti, innovazione e produttività. Va preservata l’equità delle condizioni di mercato e la tutela salariale. Si sospenda l’iter del decreto legislativo»
(Padova-Treviso-Venezia-Rovigo – 10.10.2026) – «La crescita dimensionale delle imprese è da sempre uno degli obiettivi strategici fondamentali della nostra visione industriale, indispensabile per dare solidità e competitività al tessuto di imprese e filiere del nostro territorio capaci di competere nel mondo, di cui l’artigianato è una componente imprenditoriale fondamentale, alle prese insieme a noi ogni giorno con le sfide dei mercati. Ma non si ottiene in modo artificioso, ampliando per legge la soglia dei dipendenti delle imprese definibili artigiane, ma creando le condizioni abilitanti perché sia il risultato di investimenti, innovazione e produttività, quindi di vera crescita. Altrimenti è un’illusione ottica. E garantendo condizioni certe ed eque per tutti».
Così Luca Fiorini, Presidente del Comitato Piccola e Media Industria di Confindustria Veneto Est, a seguito degli ultimi sviluppi nel dibattito sulla riforma della legge quadro sull’artigianato e sull’ipotesi di innalzare fino a 49 dipendenti la soglia dimensionale per la qualifica di impresa artigiana.
«La legge delega di riforma dell’artigianato – continua Fiorini – per come è congegnata, rischia di spalancare invece le porte a una palese e inaccettabile distorsione della concorrenza, estendendo fino ad aziende con 40 o 49 dipendenti, a parità di dimensione e di mercati, vantaggi competitivi – come retribuzioni contrattuali e oneri contributivi quindi costo del lavoro, e accesso alle gare significativamente più favorevoli – originariamente costruiti per una diversa tipologia d’impresa, determinati dall’inquadramento giuridico anziché dal merito, dalla produttività e capacità di innovare. Ed è a rischio di dumping salariale. I primi a rimetterci sarebbero gli stessi lavoratori, in particolare i giovani nuovi assunti, con stipendi più bassi, a parità di livelli professionali, fino al 18% nell’artigianato rispetto ai contratti collettivi dell’industria, fino a oltre il 34% nel metalmeccanico (fino al 48% il costo del lavoro), ponendo anche una questione di tutela salariale e di potere d’acquisto, proprio nel momento in cui è più eroso dall’inflazione. E sarebbe lo Stato, con minori entrate stimate in oltre un miliardo di euro l’anno, tra minori contributi Inps e gettito Irpef».
«Mi chiedo se l’impatto che avrebbe una simile riforma, anche in Veneto – dove le imprese manifatturiere potenzialmente interessate (10-49 addetti) sono circa 12.000 Secondo il Registro statistico delle Imprese (Istat, 2023), le imprese venete di industria in senso stretto e costruzioni con 10-49 dipendenti sono circa 12.000 su 28.000 (con circa 230.000 addetti su 529.000).
, oltre quattro su dieci – sia chiaro a tutti e, soprattutto, a chi gioverebbe. Di certo, non alle piccole imprese industriali che ogni giorno affrontano la sfida di crescere, investire e competere, senza bisogno di scorciatoie, non ai lavoratori. Lo Stato deve accompagnarle tutte – industriali e artigiane – verso maggiori dimensione, patrimonializzazione e produttività, non creare incentivi a restare artificialmente dentro un regime più favorevole. Per questo siamo assolutamente contrari ad interventi che vanno contro gli obiettivi di crescita sociale ed economica del nostro territorio e del Paese. E chiediamo di sospendere l’iter del decreto legislativo, avviando – prima di adottare qualsiasi provvedimento – un confronto aperto su questa riforma con il coinvolgimento di tutte le parti sociali, a partire da industria e lavoratori. Lo stesso metodo fondato sul dialogo che il Governo ha adottato in modo costruttivo su altri terreni delicati».
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